Bologna, 2 agosto 1980: “Io c’ero. E sono qui per raccontarlo”

“Io c’ero. E sono qui per raccontarvi cosa è successo”, quando un boato ha inghiottito la luce, vomitando dolore, terrore, menzogne. No, non è stata l’esplosione della caldaia a sventrare la Stazione di Bologna. Ottantacinque persone sono morte, duecento sono rimaste ferite. Ma c’è chi si è salvato, legando inevitabilmente la propria vita a quel giorno. Era il 2 agosto 1980 e alle 10,25 tutto è cambiato.

La Stazione sventrata dalla bomba

“Io c’ero e all’epoca avevo 23 anni”.

Rosa Marinaro non doveva nemmeno essere presente quella mattina. Il suo turno come cassiera al chiosco sul primo binario prevedeva il sabato pomeriggio, così la sera prima era andata a divertirsi al “Samantha”, una nota balera del tempo. Era stata sua madre a rispondere alla telefonata del direttore, quando l’ora era già tarda.

“Buonasera, può dire a Rosa che dovrebbe venire a lavorare domattina? Lucia, la sua collega, si deve sposare e ha preso appuntamento per comprare il vestito da sposa”.

“Va bene”.

“Grazie, buonasera”.

Quel 2 agosto faceva un caldo d’inferno, per essere le sei del mattino. Ma Rosa, nel silenzio della città che si stava lentamente risvegliando, si era presentata al Bar Est perfettamente puntuale e con il sorriso stampato sulle labbra, nonostante le sole due ore di sonno.

Rosa sul posto di lavoro assieme al barista Mario Lavecchia, anch’egli sopravvissuto

Era una mattina convulsa, come ci si poteva aspettare dal primo weekend di agosto. Turisti in cerca di svago, famiglie pronte per le vacanze, uomini d’affari con l’orologio in mano…

Già, quell’orologio…

“Mi dà una Coca?”.

“Certamente!”.

Clic.

L’orologio della Stazione fermo alle 10,25, simbolo dell’attentato del 2 agosto 1980

Un rumore assordante, un boato e poi il buio. Un buio che “puzzava di polvere da sparo”.

Silenzio.

“Quando riaprii gli occhi mi ritrovai in Piazza Medaglie d’Oro; per lo spostamento d’aria ero volata fuori tra i taxi. Giovanni Cavallini, un tranviere, mi si avvicinò per chiedermi cosa fosse successo”.

Una fuga di gas!

Ma come? E questo odore? E’ stata una bomba! Una bomba!!!

Rosa non sente bene. I timpani sono scoppiati. E fatica a muoversi: una gamba si è spezzata.

Aiuto! No… Ma cosa fate…? Cosa state facendo…?

“Vidi persone, come un branco di sciacalli, che si avvicinavano alle mani delle persone seppellite sotto le macerie per sfilare loro anelli e oggetti d’oro. Ero sotto shock…”.

Mentre l’autobus numero 37 faceva la spola dalla stagione a via Irnerio, trasportando i cadaveri in obitorio.

Walter però ce l’aveva fatta. Si era fermato a parlare con Rosa mentre stava andando a prendere le sigarette alla tabaccheria vicino a dove è scoppiata la bomba. Pochi minuti decisivi per salvargli la vita. Anche Lele era sopravvissuto. Faceva il lavapiatti e fu estratto dai detriti dai vigili del fuoco.

Quando lo trovarono si ritrovò in una tasca la scarpina di una bambina. Non ha mai dimenticato quel giorno fino al 2009 quando, ventinove anni dopo, è morto dopo essere stato investito da un camion dei pompieri in una rotonda vicino a San Lazzaro. Era destino che dovesse morire il 2 agosto…

Lo chef Vittorio Priori ed il cuoco Fabio Fabbri lavoravano in cucina. Erano già a buon punto nella preparazione dei pranzi e si erano concessi cinque minuti di pausa al self service.

Vittorio Priori, al centro della foto, con il cappello da chef

“Fabio, alle 10,45 i carrellisti vengono a mangiare”.

“Sì chef”.

Fabbri raggiunse subito la cucina che, allo scoppio della bomba, resse il colpo.

Vittorio, però, si era attardato di qualche secondo.

“Fui scaraventato contro una porta di vetro e mi tagliai un dito. Posso dire di essere stato fortunato. Queste cose fanno male finché campi”.

E le “bimbe”?

Fu Rino Vanzini, cameriere, a pensare a loro assieme a Fabbri dopo che le schegge impazzite lo avevano appena sfiorato.

“Con lui andammo su negli uffici – ricorda Fabio – e ci trovammo davanti uno spettacolo che non avremmo mai voluto vedere… Non riuscivo a darmi pace… Incontrai Bruno Vespa, che allora era un giovane giornalista accorso in Stazione a caccia di notizie…

‘Allora è stata la caldaia’, mi disse.

‘No’.

‘No, è stata la caldaia!’.

‘Senta, se fosse stata la caldaia, ora non sarei qui a parlare con lei, visto che ce l’avevo praticamente sotto i piedi!…’.

No, non è stata la caldaia…

Volevo andare a casa, ma una volta arrivato, desiderai tornare subito in stazione…Ero un’anima in pena… Alla sera mia moglie mi portò a mangiare una pizza per cercare di distrarmi, senza riuscirci… Trascorsi la notte guardando in faccia Valerio, l’altro cuoco che come me era sopravvissuto”.

Antonietta Bisello era una tablottista. Fino ad oggi non ha mai voluto raccontare quello che vide.

“Montavo in servizio alle 11, facevo i conti al ristorante. Alle 10,20 uscii per comprare le sigarette. Quella mattina in Stazione faceva un gran caldo. Mi trovai sulla porta del Bar di Seconda quando il vice direttore Attilio Fattorini mi chiese un favore…

‘Non posso. Devo andare’.

‘Ti offro un aperitivo’.

‘… Va bene, un minuto… ‘.

Chiesi a Gino D’Amario, il barista, di prepararmi un Aperol. Da allora non ne ho più bevuto uno.

Guardavo l’orologio da muro nel locale, quasi distrattamente, mancavano pochi secondi alle 10,25.

Lo scoppio fu tremendo. La porta che avevo davanti mi esplose in faccia. Corsi fuori, non si vedeva niente, era tutto nero. Il giorno era diventato la notte.

Procedevo a passo spedito verso il primo binario, quando un uomo mi prese per la mano: ‘Dove vai, incosciente! Non vedi che è esploso tutto?’.

Non gli diedi retta, ma avrei fatto meglio ad ascoltarlo. Arrivata in piazza Medaglie d’Oro vidi massi enormi che erano caduti sul pavimento. Sotto uno di questi, spuntava la testa di una signora bionda con gli occhi azzurri. Erano aperti, immobili. Sono tornata indietro e sul primo binario incrociai una persona che teneva in mano… una mano…

Se fossi andata a comprare le sigarette, sarei morta perchè la tabaccheria era esplosa. Se fossi salita a cambiarmi per lavorare, l’armadietto in ferro dove mettevo i vestiti mi avrebbe travolto. Era destino che dovessi salvarmi.

Le mie amiche però non furono così fortunate. “Lory” non fu trovata, se non dopo molto tempo, sotto le macerie. Nilla il giorno prima voleva vendere un suo quadro ad un pittore per 25.000 lire. Katia aveva un bambino di un anno e mezzo, suo padre era un capo del Polfer, distrutto. Rita si sarebbe dovuta sposare tre mesi dopo. Fu sepolta con l’abito bianco a 23 anni. Quel giorno io ne avevo 29. Ogni anno si celebra la memoria di quel giorno, ma io vorrei solamente dimenticare; il dolore è ancora troppo forte”.

Lei sei dipendenti della C.I.G.A.R. decedute il 2 agosto 1980

Loro non c’erano. Ma avrebbero dovuto essere lì.

Rino Mingozzi, amministratore unico della C.I.G.A.R., Gino Longiardi, direttore operativo dell’azienda, e Silvana, direttrice amministrativa, erano stati chiamati con urgenza la sera prima ad Alessandria per una riunione sindacale. Partirono alla mattina in macchina e, quando arrivarono, furono avvertiti di quanto era accaduto. Silvana, l’unica dei tre che oggi è ancora viva, per anni ha combattuto con il senso di colpa che si appiccica addosso a molti sopravvissuti. “Per un anno ho sognato le mie amiche morte nella Strage di Bologna tutte le notti. Ma erano in un bel prato verde, con tantissimi alberi, cercavano di rassicurarmi. Da quarant’anni il 2 agosto vado a Messa, le ricordo e le sento ancora con me”.

Anche io, sì, io che sto scrivendo, non c’ero. Ma avrei dovuto essere lì.

Come ogni sabato mattina, con mia madre a salutare mio nonno, Gino Longiardi, nel suo ufficio. Era a poche decine di metri da dove è scoppiata la bomba, quando il giorno è diventato notte ed il buio ha inghiottito la luce. Ma non le voci di chi continua a far vivere la memoria di quel 2 agosto, a chiedere giustizia, a strappare alla morte una parola di speranza: per questo non dovremo mai dimenticare.

Per non dimenticare

Damiano Montanari

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