6 dicembre 1990: “Tra le fiamme siamo diventate sorelle”

E’ un silenzio lungo trent’anni, un lutto dell’anima, che per essere superato non poteva che essere condiviso.

E’ una voce che chiede giustizia, anche se per l’Avvocatura di Stato “il fatto non costituisce reato”, perché Deborah, Laura, Sara, Laura, Tiziana, Antonella, Alessandra, Dario, Elisabetta, Elena, Carmen e Alessandra sono stati strappati alla vita a soli quindici anni.

Erano seduti tra i banchi di scuola, nel posto dove ogni adolescente dovrebbe sentirsi al sicuro, quando l’Mb 326 Macchi dell’Aeronautica Militare ha sventrato l’aula della II A dell’istituto Salvemini di Casalecchio di Reno.

E’ però anche una storia di riscatto e resilienza, quella che accomuna tre ex compagne di classe, Stefania, Michela e Alessandra, che la mattina del 6 dicembre 1990, tra le fiamme dell’inferno, si sono scoperte sorelle: non un legame di sangue, ma una scelta di vita.

Stefania Buldrini aveva 16 anni. Faceva parte di uno dei due gruppi in cui la III B Periti si divideva ogni settimana durante l’ora di conversazione in lingua estera.

I suoni arrotati dell’insegnante di francese non coprirono un rumore innaturale, persistente, travolgente.

<<Sentimmo il rombo di un aereo. Allora le esercitazioni militari a bassa quota erano frequenti, ma il frastuono diventava sempre più assordante. Guardai fuori dalla finestra. Vidi un aereo arancione vicinissimo. Non ebbi il tempo di pensare, il cervello entrò subito nella modalità di emergenza>>.

Un mondo ovattato, per pochi, lunghissimi istanti.

Poi una violenta sinestesia di colori, sapori, odori.

<<Quello acre del kerosene bruciato invase l’aria; per anni mi è capitato di riconoscerlo vicino alle pompe di benzina. C’era un fumo denso, materico, sostanzioso, che ci avvolgeva e ci oscurava la vista. L’aria era irrespirabile, la gola si seccava. Guardavo fuori dalla finestra, mi sentivo soffocare. In quel momento pensai che sarebbe finita, che non saremmo mai uscite vive dalla scuola. Da fuori ci dicevano che i soccorsi erano vicini. Salii sul davanzale. Alcune ragazze si stavano lanciando, per loro era l’unica via di scampo. Eravamo al secondo piano, un salto di oltre sette metri.

Io fui tratta in salvo dai Vigili del Fuoco, ma rimasi intossicata. I medici dissero che in pochi minuti nei miei polmoni era entrato l’equivalente di mille pacchetti di sigarette”.

Nell’aula accanto Michela Cacciari era impegnata con il resto della III B in una lezione particolare e piacevole. Andrew Bonafide, insegnante italo americano appassionato dei Beatles, aveva il dono speciale di sapere coinvolgere i suoi studenti quando imbracciava la sua chitarra.

“Era un professore alternativo, un vero personaggio. Attorno a lui ci eravamo sedute in sette, otto ragazze. Il Natale si stava avvicinando, stavamo provando “Jingle Bells”. Poco prima, con il suo accento inconfondibile, Andrew ci aveva detto: “Venite ragazze, andiamo a gingolare un po’…”. Sentimmo un boato e poi avemmo solo il tempo di vedere un’ala dell’aereo urtare la punta di un abete della casa davanti alla scuola. Il caccia cambiò repentinamente direzione. Senza quel contatto sarebbe finito dritto dentro la nostra aula. Poi iniziò il film…”.

Un lampo arancione, fotogrammi marchiati a fuoco nella memoria, il tricolore disegnato sulle ali del caccia.

“Un lampo arancione”

“Ci precipitammo verso le scale, la nostra unica via di uscita. Si vedevano solo le fiamme e il fumo nero, le persone scappavano ovunque”.

Nel dramma, un eroe salvò Michela. “Il professor Bonafide chiuse la porta dell’aula immediatamente. Non ricordo come, ma mi ritrovai seduta sul davanzale. Volevo buttarmi dalla finestra. Francesca, una ragazzina accanto a me, si fece aiutare da Andrew a lasciarsi cadere sulla pensilina sottostante. Si slogò una caviglia. Quando stavo per lanciarmi, lui mi afferrò da dietro e mi disse: “Non ti preoccupare. Ci sono qua io”. Nell’aula alla mia sinistra, tre ragazze e una professoressa si buttarono nel vuoto. Qualcuno si ruppe il bacino, altre si schiacciarono le vertebre. Io pensavo solo al mio funerale. Dopo un tempo per me infinito arrivarono i soccorsi.

Mi dissero di scendere da una scala. Solo allora Andrew mi lasciò andare.

“Prof, vieni anche tu!”.

“Non preoccuparti, che io arrivo!”.

Uscii completamente illesa. A quell’uomo devo la mia vita>>.

Alessandra Venturi si salvò da sola. <<Al momento dell’esplosione ero assieme a Michela. Corsi fuori e, quando vidi che l’aereo si era incastrato tra le scale e l’uscita, mi precipitai nell’aula dove c’era Stefania per recuperare le mie cose. La stanza si era riempita di tante persone. Non vedevo una via di fuga, fui presa dal panico e mi arrampicai sui banchi e sui miei compagni, non mi vergogno a dirlo. Una volta raggiunto il davanzale, non ho idea di come io abbia fatto a girarmi e a scendere da sola dalla scala che avevano portato i soccorritori. Al solo pensiero, oggi mi vengono le vertigini.

Subii una forte intossicazione e gravi ustioni, che necessitarono prima il ricovero all’Ospedale Maggiore, poi quello al Bufalini di Cesena. Le mani e il braccio destro furono i più colpiti. Nel tempo mi sono dovuta sottoporre a undici interventi di chirurgia estetica>>.

Nella tragedia del Salvemini ognuno ha perso qualcosa o qualcuno. Ma solo quando il dolore è stato condiviso, è diventato più sopportabile.

Stefania Buldrini, <<per chiudere il cerchio>>, è diventata insegnante di italiano e storia e ha da poco scelto di tornare nell’istituto in cui era stata studente. <<Per almeno quindici anni ho partecipato alle commemorazioni del 6 dicembre, soprattutto alle Messe, perché non avevo nè la voglia, nè la forza di tornare in via del Fanciullo. Poi ho iniziato a sentire quanto fosse importante stare in mezzo agli altri e ho capito che il macigno che avevo dentro di me doveva essere portato fuori, per potere essere digerito. E’ stato un lavoro personale e collettivo. Con le mie compagne di classe il rapporto si è intensificato. Oggi io, Michela e Alessandra siamo come sorelle, un legame che condividiamo anche con tutte le altre nostre compagne di classe. Anche grazie a loro ho capito che la nostra è una storia in cui chiunque si può riconoscere. Sono diventata insegnante forse in modo inconsapevole, ma ho voluto tornare al Salvemini, in questo contesto, per sentirmi utile. Ho vissuto per anni il senso di colpa e per tanto tempo non sono riuscita a parlare. La mia voce mi sembrava insignificante e sapevo quanta enorme sofferenza ci fosse anche negli altri sopravvissuti>>.

Il perdono, nei confronti di se stessi e degli altri, richiede un percorso tortuoso. Soprattutto quando si parla di Bruno Viviani, il pilota ventiquattrenne che decise di lanciarsi fuori dall’Mb 326 Macchi quando andò in avaria, lasciandolo precipitare sul Salvemini.

<<All’inizio provai per lui un senso di compassione umana, pensando all’immenso senso di colpa che doveva avvertire. Poi però è prevalsa la rabbia. Si è sempre rifiutato di parlare con noi, ci è mancato un confronto umano. Ancora oggi mi piacerebbe incontrarlo e sentire cosa avrebbe da dire>>.

Da prosciolto, perché dopo una condanna in prima grado, sia in appello, sia in Cassazione, pur senza nuove evidenze, Viviani e gli altri imputati sono stati assolti.

<<Questo ci ha lasciato un senso di profonda ingiustizia. No, non mi sento in pace. Tuttavia, in questi ultimi ultimi anni, e in particolare nell’ultimo, ascoltare e parlare con chi aveva condiviso questa esperienza mi ha aiutato molto a sbrogliare certe matasse. Non so come uscirò da questa situazione. Ma sicuramente sarò migliore di prima>>.

Il dolore non è la fine, ma l’occasione di un nuovo inizio. <<I drammi possono fare parte della vita. E’ giusto accogliere il momento umano in cui abbiamo bisogno di rifugiarci, perché da quel rifugio si può rinascere attraversando il dolore, qualunque sia il modo. In età adulta ho dovuto affrontare un serio problema di salute, che sono riuscita a gestire meglio del 6 dicembre 1990, sentendi subito la forza del racconto e della condivisione. Da lì ho ripreso più intensamente il mano i ricordi di quella terribile mattina a Casalecchio e, un po’ alla volta, si è avviata dentro di me una prima e vera trasformazione, un’autentica catarsi>>.

Nella tragedia del Salvemini Michela Cacciari ha perso Elisabetta Patrizi, la sua migliore amica.

<<Avevamo abitato nello stesso palazzo per tanti anni. La mattina del 6 dicembre ci eravamo viste con la promessa di incontrarci durante la ricreazione e uscire insieme nel pomeriggio. L’aereo cadde sulla scuola alle 10,33. Due minuti prima del nostro appuntamento davanti alle macchinette delle merendine.

Il senso di colpa che ho dovuto affrontare è stato molto forte, tanto che mi sta perseguitando un po’ ancora adesso. Il mio fidanzatino del tempo, Federico, che oggi è il mio compagno e il padre dei miei due figli, mi ha aiutato molto assieme alla mia famiglia. Per anni mi sono domandata perché fosse toccato ad Elisabetta e non a me.

Andavo a pattinare al “Piccolo Paradiso” e cadevo apposta, volevo farmi male.

Nella tragedia ho imparato anche a guardare il professori in modo meno distaccato e a comprendere il valore inestimabile dell’amicizia. Da allora ho guadagnato delle vere sorelle, Stefania, Alessandra e le altre compagne di classe. Sono un valore aggiunto nella mia vita>>.

Il segreto per rinascere è donarsi e donare. <<Ho capito che nel nostro piccolo dobbiamo fare qualcosa per gli altri>>, riflette Alessandra Venturi. <<Una delle ragazze morte il 6 dicembre 1990 aveva il mio nome e cognome. Io non sapevo nulla di lei e lei probabilmente non sapeva nulla di me. A un anno dalla sua scomparsa ho voluto incontrare in suoi genitori, mi sentivo in qualche modo legata a quella famiglia. Ho scoperto persone fantastiche, nonostante il forte senso di colpa che ci accomunava. Tre anni dopo io persi mia madre e Leda, la mamma di Alessandra, diventò per me un riferimento fondamentale, non tanto per assiduità, quanto per qualità del rapporto. Dopo diversi anni lei e suo marito ebbero un altro figlio, Emanuele. E’ stato il primo bambino che ho tenuto in braccio. Prima di allora non avevo mai pensato alla maternità, ma in quel momento ho capito che sarebbe stata una cosa meravigliosa. Oggi ho due figli, Gabriele, di 20 anni, e Davide, di 18. In occasione del venticinquesimo anniversario del 6 dicembre Gabriele ha incontrato Emanuele e per me è stata una grande emozione, un modo per sentirmi vicino ad Alessandra. Tutto quello che ho fatto nella mia vita l’ho dedicato a lei>>.

Damiano Montanari

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